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Intervista a Mons. Dario Edoardo Viganò

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  • 05/05/2021

Intervista a Mons. Dario Edoardo Viganò

 

E’ vice cancelliere della Pontificia accademia delle scienze e della Pontificia accademia delle scienze sociali, già presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo, direttore del Centro Televisivo Vaticano e poi primo prefetto della Segreteria per la comunicazione della Santa Sede, mons. Dario Edoardo Viganò è sicuramente un nome autorevole e prestigioso nel mondo dei media, non solo cattolici. Recentemente, mons. Dario ha affrontato la sua prima esperienza come regista della serie televisiva “Vizi e Virtù – conversazione con Francesco” in onda sul Canale Nove e realizzata da Officina della Comunicazione per Discovery Italia. “Vizi e virtù” è stata costruita sul dialogo tra papa Francesco e don Marco Pozza, cappellano del Carcere “Due Palazzi” di Padova e si è ispirata ai sette episodi dedicati al confronto tra vizi (Ira, Disperazione, Incostanza, Gelosia, Infedeltà, Ingiustizia, Stoltezza) e virtù (Prudenza, Giustizia, Fortezza, Temperanza, Fede, Speranza e Carità) affrescati da Giotto nella Cappella degli Scrovegni di Padova. Ma come si è sentito nella veste di regista mons. Dario, lui che nel 2015 era stato chiamato da papa Francesco a riformare e unificare la comunicazione della Santa Sede?

Già a partire dalla mia formazione a Roma ho analizzato e studiato il cinema realizzato da altri e nel mio ministero sia a Milano che a Roma ho avuto a che fare con le immagini e in particolare mi sono occupato di cinema. Poi quando sono stato chiamato da Benedetto XVI al Centro televisivo vaticano ho iniziato a costruire delle narrazioni, dei racconti per immagini. Ad esempio il racconto di papa Benedetto XVI che lascia il Vaticano per Castelgandolfo in occasione delle sue dimissioni. Recentemente è emersa la possibilità di raccontare un incontro e precisamente la conversazione tra papa Francesco e don Marco Pozza per un canale televisivo, il Nove, facendo di quella conversazione e in particolare delle parole di papa Francesco, la filigrana attraverso la quale comprendere le vicende di uomini e di donne che si trovano a lottare nella propria vita tra lo splendore della virtù e la pressione del vizio.

Perché la scelta dei 7 vizi e delle 7 virtù come motivo trainante del dialogo tra don Marco e papa Francesco?

Dopo i dialoghi con il papa sul Padre Nostro, l’Ave Maria e il Credo (andati in onda in passato su TV2000 – n.d.r.), la scelta è stata quella di uscire idealmente sulle strade per comprendere come la vita spesso sia fatta di pozzanghere e di cielo. In ogni persona esiste una “scintilla divina” come direbbe Dante – visto, tra l’altro, che siamo nel 700mo anniversario della morte -, ma sappiamo bene che la vita spesso presenta tornanti tortuosi, momenti disperanti e desideri di luce. Abbiamo così raccontato, per esempio, la storia di un ragazzo che vive in una comunità per la violenza perpetrata nel suo quartiere, e che poi ha accettato un cammino di recupero, di messa in discussione di sé e di avvio verso un nuovo recupero. Così pure abbiamo raccontato la donna di Gela con il marito in carcere. Ci siamo chiesti cosa vuol dire per una donna non avere un marito, ma anche cosa vuole dire per i figli non avere un papà ed essere additati come i figli del mafioso. E poi penso anche alla storia di un ludopatico, di un uomo che ha investito tantissimi soldi, e li ha persi, mettendo così in crisi economica la propria famiglia. Lo sappiamo: la vita è una lotta. Quando Gesù ci consegna una missione, non ci dice: state tranquilli che sarà tutto rose e fiori, ma ci ricorda che la nostra vita è come se scorresse su un lago in tempesta. Anche il libro dell’Apocalisse descrive il tempo della Chiesa come tempo di lotta. Per questo papa Francesco e don Marco Pozza hanno scelto i vizi e le virtù così come sono descritti dal maestro Giotto nella Cappella Degli Scrovegni

In fondo lei in “Vizi e Virtù” non ha fatto altro che mettere in pratica il Messaggio di papa Francesco per la giornata Mondiale della comunicazione di quest’anno: “Vieni e vedi - Comunicare incontrando le persone dove e come sono”.

Sì, è vero. Abbiamo raccolto storie molto interessanti. La vita è bella e appassionante anche se a volte difficile. Penso ad esempio alle storie di due mamme. Una mamma che dopo tante difficoltà, alla fine riesce a diventare mamma di due gemelle, ma purtroppo non riesce ad allattarle perché è senza latte. Ecco allora un’altra mamma che ha invece tanto latte, si offre con un gesto di carità. Eppure in quel momento molto bello di carità, di condivisione si insinua un’ombra, un vizio appunto: la mamma prova gelosia guardando le altre mamme che allattano in ospedale. La vita è fatta così: ci sono dei tornanti, delle pieghe sinuose, dove a volte c’è la brillantezza della luce e a volte la cupezza dell’ombra. Abbiamo raccontato queste storie, illuminate dalle parole di Francesco e anche illuminate da personaggi lontani dal nostro mondo, come Carlo Verdone, J-AX, Mara Venier, Sinisa Mihajlovic …. La finalità quale è stata? Permettere alle parole del papa di raggiungere tutti. E questo è anche il motivo per cui è stato scelto un canale laico, il Nove, un canale che ha un target non di ambito religioso.

Oltre queste tre puntate, pensa di proseguire in questa esperienza come regista?

Fare il regista non è il mio primo obiettivo. La mia vita l’ho spesa per essere un prete, un uomo che con le sue povertà cerca di testimoniare la vita di Dio ricevuta in dono come tutti i battezzati. Questa mia competenza nel mondo dell’audiovisivo ha un senso se viene messa a servizio dell’annuncio del Vangelo, dell’annuncio della parola di Chiesa. Non sono interessato a essere regista di film che non abbiano questa attinenza. In fondo la vita va spesa secondo le attitudini che il Signore ti ha concesso, a servizio Suo e della Sua Chiesa. Questo è ciò che conta.

Oltre che regista, lei è anche scrittore e recentemente è uscito un suo libro dal titolo: “Testimoni e influencer. Chiesa e autorità al tempo dei social”, nel quale ripercorre la storia del rapporto tra Chiesa e autorità dalle origini al tempo dei social. Come la Chiesa può essere oggi influencer tra gli uomini e i giovani sempre più dipendenti dai social, tanto da essere spesso risucchiati nel vortice di una realtà virtuale?

È un discorso molto complesso. Molto spesso si confonde autorità con autoritarismo. Autorità è una parola che non piace, perché sembra che violi la libertà individuale, ma non dobbiamo dimenticarci che la parola autorità deriva dal verbo latino “augere”, che vuol dire accrescere. Quindi l’autorità è un servizio per la crescita personale e del bene comune. Tradizionalmente, anche nella storia della Chiesa lo abbiamo visto: l’autorità era quella che veniva riconosciuta per competenza o per ruoli istituzionali il cui esercizio era far crescere una persona e una comunità. Naturalmente l’autorità è un concetto relazionale, non esiste l’autorità in sé. Un bambino, ad esempio, riconosce nella mamma e nel papà autorevolezza e quando ad esempio gli dicono: “vai a letto”, lui va. Nei social, invece, gli influencer si riferiscono a un settore specifico, e noi riconosciamo loro un’autorevolezza solo in quell’ambito specifico. La Chiesa oggi come si comporta? La chiesa oggi cerca di vivere il momento di integrazione tra le due forme. Penso all’evento della Statio Orbis di papa Francesco in piazza san Pietro del 27 marzo dello scorso anno. Quella sera abbiamo avuto il riconoscimento pubblico di un’autorità morale importantissima come quella del Pontefice e insieme la rimediazione dei social dello stesso evento.

In questo anno di pandemia, la Chiesa ha scoperto e sfruttato i mezzi di comunicazione web. Tuttavia, non le sembra che ci siano ancora tante paure nei loro confronti?

Direi che a volte c’è disagio. Ma è un bene che ci sia questa presa di distanza, iniziale almeno. Perché? Perché noi sappiamo che le community sui social si creano facilmente e si disgregano altrettanto facilmente. E soprattutto penso che le community sono l’insieme delle persone che la pensano allo stesso modo. La comunità cattolica, che invece nasce dall’Eucarestia tiene insieme le diversità: in un’assemblea eucaristica non ci sono persone che la pensano tutte allo stesso modo, ma si ha l’unità nell’Eucarestia. È l’Eucarestia che tiene insieme le diversità. Questa è la grande differenza.

Enrico Viganò