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Gli anziani non sono una disgrazia, ma una grazia

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  • 04/05/2021

Vittore De Carli, giornalista e scrittore, presidente dell’Unitalsi della Lombardia, si chiede in questo articolo il ruolo dell’anziano oggi: risorsa o peso? Quello che è certo è che...

 

Gli anziani non sono una disgrazia, ma una grazia

 

Le difficili settimane che stiano vivendo e che coinvolgono tutti per il coronavirus, per nulla debellato, ci insegnano molte cose. La nostra società evoluta e tecnologica s’interroga sul valore della persona, del rapporto umano, della fragilità del sistema sanitario e di altre strutture organizzate (politiche, finanziarie, culturali, scolastiche) Gli anziani sono però tra coloro che stanno pagando di più. Molti di noi hanno parenti, amici anziani in difficoltà o che ci hanno lasciati. Ma esiste ancora tra noi un legame generazionale come una volta? Hanno oggi gli anziani un significato, un ruolo nella nostra società? Come li dobbiamo considerare? Dobbiamo ancora investire su di loro, Sono ancora una ricchezza della società, per il vissuto che possiedono e per le relazioni sociali che hanno tessuto nella loro storia? Sono ancora in grado di dirci e di darci qualcosa? Cosa hanno da insegnare ad una cultura che da agricola è passata alla virtuale passando attraverso la 'rivoluzione industriale’; ciò che andava bene per l'ieri varrà allo stesso modo per il domani?

Sono domande che ci interpellano ed alle quali dobbiamo rispondere se vogliamo uscire da questa crisi tremenda diversi, e diversi in meglio e non in peggio! In questi giorni di drammatica emergenza sanitaria, assistiamo ad un impegno coraggioso di medici, infermieri, operatori, volontari, tutti impegnati per salvare persone, molte anziane, nelle strutture ospedaliere, nelle Residenze Socio Assistenziali, a casa propria o presso parenti. La maggior parte stanno trascorrendo giornate che non finiscono mai, tutti isolati, tristi, riflessivi, demotivati, talvolta dimenticati da chi si dovrebbe prendere cura di loro. Una pagina del Libro dell'Ecclesiaste (cap. 12) li rappresenta così : “prima che vengano i giorni tristi e giungano gli anni di cui dovrai dire: «Non ci provo alcun gusto», prima che si oscuri il sole, la luce, la luna e le stelle e ritornino le nubi dopo la pioggia; quando tremeranno i custodi della casa e si curveranno i gagliardi e cesseranno di lavorare le donne che macinano, perché rimaste in poche, e si offuscheranno quelle che guardano dalle finestre si chiuderanno le porte sulla strada; quando si abbasserà il rumore della mola e si attenuerà il cinguettio degli uccelli e si affievoliranno tutti i toni del canto; quando si avrà paura delle alture e degli spauracchi della strada; …... prima che si rompa il cordone d'argento e la lucerna d'oro s'infranga e si rompa l'anfora alla fonte e la carrucola cada nel pozzo e ritorni la polvere alla terra, com'era prima...”

Alla luce della Parola di Dio l’“anzianità” non è dunque un tempo di decadimento, di rinuncia e chiusura. E un tempo diverso, certo, ma non meno fecondo e importante per sé e per gli altri. Il vecchio non si taglia, perché porta ancora frutto: darà meno frutto, ma non è la quantità che conta, piuttosto è la qualità: nella vecchiaia si daranno frutti diversi, basta saperli cogliere!
La vecchiaia non è quindi una disgrazia, ma una grazia, una ricchezza e non una povertà. Pur nei suoi limiti ed acciacchi, dobbiamo considerarla un dono di Dio (talvolta molto difficile da accettare!), l'occasione di una maturità umana e spirituale, di una testimonianza di fede da offrire ai più giovani,
Oggi però è molto difficile vedere in questo modo la figura della persona anziana perché le differenze tra le generazioni sono molto più accentuate e distanti. Il fatto che negli ultimi secoli la velocità delle mutazioni sociali, economiche, culturali, comunicative, affettive, relazionali, ecc. ha avuto una progressione impressionante facendo in modo che tra il giovane e l'anziano si formi un solco talvolta invalicabile di diversità di linguaggi, di strumenti, di valori.
È necessario allora che questo sguardo di fede aperto verso l'orizzonte del cielo faccia acquistare all' ultima stagione della vita il suo pieno e definitivo valore. Non si tratta di una riverniciatura come avviene per una vecchia automobile: la verità del messaggio biblico tocca direttamente l'essenza della nostra vita e del nostro destino.

È perciò quanto mai opportuno avviare una riflessione attenta, lungimirante e onesta su come la società contemporanea debba farsi “prossima” alla popolazione anziana, soprattutto laddove sia più debole.
Ed è innegabile che la pandemia abbia rinforzato in noi tutti la consapevolezza che la “ricchezza degli anni” è un tesoro da valorizzare e proteggere.
La debolezza degli anziani è anche provocatoria: invita i più giovani ad accettare la dipendenza dagli altri come modo di affrontare la vita. Solo una cultura giovanilista fa sentire il termine “anziano” come dispregiativo. Una società che sa accogliere la debolezza degli anziani è capace di offrire a tutti una speranza per il futuro. Togliere il diritto alla vita di chi è fragile significa invece rubare la speranza, soprattutto ai giovani. Ecco perché scartare gli anziani è un grave problema per tutti. Implica un messaggio chiaro di esclusione. La vita non viene accolta se troppo debole e bisognosa di cura, non amata nel suo modificarsi, non accettata nel suo infragilirsi.

Un atteggiamento stigmatizzato nelle Scritture: la debolezza di Dio è più forte degli uomini (1Cor 1,25). E, ciò che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti (1Cor 1,27).
Ma i cristiani in particolare debbono interrogarsi con l’intelligenza dell’amore per individuare prospettive e strade nuove con le quali rispondere alla sfida non solo dell’invecchiamento, quanto piuttosto della debolezza nella vecchiaia. Poiché è innegabile che la malattia e la perdita di autonomia che possono sopraggiungere creino dei problemi e una legittima domanda di aiuto.

Un racconto evangelico, in particolare, mette in luce il valore e le sorprendenti potenzialità dell’età anziana. Si tratta dell’episodio della Presentazione al Tempio del Signore. In quell’occasione sono due persone avanti con l’età, Simeone e Anna, a incontrare il Bambino Gesù: dei fragili anziani lo rivelano al mondo come luce delle genti e parlano di lui a quanti erano in attesa del compimento delle promesse divine (cfr Lc 2, 32.38). Simeone prende Gesù tra le braccia: il Bambino e l’anziano, quasi a simboleggiare l’inizio e il termine dell’esistenza terrena, si sostengono reciprocamente: «il vecchio portava il Bambino, ma il Bambino sorreggeva l’anziano» si trova nella liturgia orientale. La speranza scaturisce così dall’incontro tra due persone fragili, un Bambino e un anziano, a ricordarci, in questi nostri tempi che esaltano la cultura della prestazione e della forza, che il Signore ama rivelare la grandezza nella piccolezza e la fortezza nella tenerezza.

VITTORE DE CARLI