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«Così i centri d’ascolto hanno retto»

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  • 20/10/2021

Pubblichiamo l’intervista realizzata da Paolo Lambruschi su Avvenire di domenica 17 ottobre 2021 all’arcivescovo di Gorizia e presidente Caritas Italiana, mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, sui Centri di Ascolto

 

«Così i centri d’ascolto hanno retto»

 

La collaborazione coi servizi pubblici e l’impegno dei giovani volontari «fondamentali»

«La pandemia ha peggiorato la povertà esistente. Questo spiega il dato di 1,9 milioni di persone seguite dalla Caritas, il 44% dei quali sono nuovi poveri. Questi vengono in buona parte dal mondo del precariato e dei lavoratori in nero nell’ambito turistico, dell’intrattenimento, della ristorazione. Con il blocco queste persone, se non avevano scorte economiche, sono rimaste intrappolate nella spirale della povertà e hanno scoperto la Caritas».

L’arcivescovo di Gorizia Carlo Roberto Maria Redaelli è il presidente della Caritas italiana. Con lui analizziamo il rapporto 'Oltre l’ostacolo' che descrive con numeri e storie l’anno più difficile dal dopoguerra.

Mai così tanti minori poveri in Italia. È allarme?

Certo. Nel rapporto abbiamo richiamato il dato delle famiglie, anche monogenitoriali con donne sole, soprattutto al Sud, dove i genitori hanno spesso scarse possibilità lavorative o impieghi precari. I loro figli hanno sofferto moltissimo e sono stati svantaggiati in molti ambiti. Purtroppo le povertà si sommano e, oltre a quella materiale, c’è quella scolastica. La Dad in una casa piccola dove mancano strumenti informatici e supporti linguistici o i genitori non possono seguire i figli è stata penalizzante per i più poveri.

Come si presenta nel 2021 la situazione dei centri di ascolto?

Purtroppo rimane uno zoccolo duro che fatica. La ripresa c’è e speriamo duri, ma le persone in povertà cronica sono aumentate, sono quelle per cui è difficile individuare percorsi di recupero. In molte diocesi sono invece stati molto utili per la resilienza di molte famiglie i fondi per chi ha perso il lavoro a causa del Covid. Addirittura ci sono stati casi di persone che quando hanno ripreso a lavorare hanno restituito alla Caritas quanto ricevuto.

La collaborazione con i servizi pubblici è stata buona, come valutazione il reddito di cittadinanza?

Per fortuna in molti casi c’è stato. Al di là di alcuni abusi segnalati dai media, nella maggioranza delle situazioni prese in carico dalle Caritas è stato un reddito di sussistenza. L’ipotesi di Caritas italiana è mettere insieme la parte che prevede un reddito per chi si trova in difficoltà con la ricerca del lavoro. E poi serve un approccio omnicomprensivo, non va visto solo l’aspetto economico.

Le famiglie di lavoratori immigrati sono più povere di quelle italiane. Come lo spiega?

Con lo sfruttamento, con il fatto che molti sono impiegati in lavori sottopagati e precari. È una discriminazione chiedere 10 anni di residenza continuativa per accedere al reddito di cittadinanza. Lo sfruttamento è uno dei problemi più rilevanti. L’altro è che l’istruzione, che negli stranieri è spesso più alta che negli italiani, non è un fattore che li aiuta a trovare una collocazione adeguata, anche se in questo momento di ripresa ce ne sarebbe bisogno.

La solitudine degli anziani, che lei ha richiamato spesso in questi 18 mesi, è un problema superato?

È un tema ancora forte da quanto vedo come vescovo. Gli anziani faticano a fare ritorno nelle parrocchie o in chiesa perché la pandemia li ha ulteriormente isolati e scoraggiati. Penso poi alla solitudine di chi sta in casa di riposo e che i parenti possono andare raramente a trovare. Dovremmo fare di più per loro.

Come riparte ora la Caritas alla luce anche delle parole pronunciate dal Papa all’udienza dello scorso 26 giugno per i 50 anni?

Vorremmo riprendere le tre vie indicateci da papa Francesco – la via degli ultimi, del Vangelo e della creatività – in forma anche sinodale, inserendoci nel cammino delle singole diocesi e in quello della chiesa italiana. Vorremo proporre esperienze concrete che ci possano illuminare sulla creatività. Il Papa ci ha detto che 50 anni non devono essere un bagaglio che blocca tutto, ma un tesoro, lasciando che i giovani si prendano i loro spazi. In quest’anno nelle Caritas se lo sono presi. Adesso stiamo lavorando, oltre che per il servizio civile e i caschi bianchi, con forme di collaborazione più stretta con il mondo giovanile senza metterci in concorrenza con le iniziative diocesane. Vorremmo dare spazio ad esempio alla Young Caritas sulla falsariga dei Paesi nordici perché siano i giovani volontari ad aprire strade nuove da protagonisti.

Da Avvenire
del 17 ottobre 2021