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Lella, “the voice”, ora canta in Cielo

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  • 02/11/2018

Rosanna de “Il Teatrino di noi”, a tre mesi dalla morte, traccia un ricordo della nostra Lella Greco, la “the voice”, che ci ha lasciato lo scorso 5 agosto. Una donna straordinaria con una voce straordinaria. 

Lella, “the voice”, ora canta in Cielo

Mi ha telefonato Enrico.

Dovrei scrivere di Lella. D’un tratto non ho trovato le parole: Lella? Cos’è Lella? Cos’è stata Lella? Ecco, in quel preciso istante, ho sentito soltanto due parole rimestarmi dentro: The Voice!

La voce, appunto.

Era così che chiudevo tutti i nostri spettacoli, numerosissimi e colorati, diversi e, pur nella loro apparente semplicità, complessi e anche graditi dai numerosi fans che ci seguivano dappertutto, quei recital che Vito chiamava Popolare Alto, e ancora mi fermano per strada i più distratti, chiedendo: A quando il prossimo?

Ecco, dicevo La voce. Alla fine delle esibizioni del “Teatrino di noi”, dicevo a gran voce i nomi dei protagonisti: “Alla chitarra Roberto Motta, al primo leggio Vito Trombetta, e qui, dopo una lunga studiata pausa - “E infine The Voice, Lella Greco!” e giù applausi, sempre forti, convinti, lunghissimi, che pretendevano i bis.

Ne ricordo alcuni in terra emiliana: quando avevano raggiunto il numero di quattro fui io a dire “basta”, perché lei avrebbe continuato all’infinito tanto era generosa ma, soprattutto, era esagerata la sua voglia di cantare.

Penso di non dire niente di sconveniente nel confidare qualcosa di lei e dei suoi ultimi tempi: quando a casa mia, di sera, avevamo le famose “prove”, l’avevo vista arrivare dal prato con l’inseparabile dolce Roberto Motta armato di chitarra, ed entrare in casa lenta e con il volto segnato. “Come stai?” “La testa…”

Erano anni che se ne lamentava, pareva che le si spaccasse: “La mia mamma mi ha lasciato solo due eredità: la voce e il mal di testa. E non posso fare a meno di nessuna delle due…”

Ci scherzava sopra, capace com’era di prendersi in giro, ma noi del Teatrino eravamo via via sempre più preoccupati. Poi cominciava il via-vai delle prove: nuovo copione, nuove canzoni, nuovi brani…

Lei sempre attentissima, coi suoi fogli numerati e misteriosamente colmi di segni sui testi delle canzoni, come su quei vecchi codici miniati della musica medievale, che però l’aiutavano a cambiare voce, andare verso un acuto oppure a scendere verso un pianissimo che le parole, o la sua sensibilità, suggerivano.

Se rivado ai titoli dei nostri recital, mi sorprendo, mi entusiasmo, mi commuovo: Gli Angeli, Homo Viator, Anima cöör e panza, Da Lourdes a Fatima… quanto lavoro!

Sì, quanto lavoro: pensate, abbiamo superato il numero di 100 recital! E ognuno diverso e, soprattutto, originale, messo insieme da noi con poesie, storie, brani, canti, musiche, sempre col fil-rouge di un argomento da sviscerare e raccontare, nuovo, o magari terribilmente storico, come la Schoha, che Lella introduceva con la straziante Auschwitz di Guccini, e chiudeva con Rosamunda, accompagnata dalla banda di Valbrona. Quando aveva saputo che quell’allegra marcetta aveva accolto gli ebrei ai cancelli del Campo di concentramento, dietro al cartello con scritto “Arbeit macht frei”, e che la stralunata orchestrina era là per dimostrare, anche al mondo, che “gli ospiti” stavano entrando in un campo di lavoro, con musica e divertimento… ebbene, Lella l’ha cantata piangendo con la voce, con l’anima e, man mano, coi cuori e gli occhi straziati di tutto il pubblico.

Ricordo quella volta in cui avevo preteso da lei, grande voce, certo, ma non lirica, di cantare il famoso “Nessun dorma” o meglio, per chi non sa nulla della Turandot di Puccini, quel “Vincerò…vincerò!” che tutti conoscono: “Ma non sono capace, non è per la mia voce, eppoi non la canta un uomo?” e io “Ti conosco meglio di te cara la mia cantante, io so che ce la farai!” e la cantò infatti in una serata magica al Castello di Casiglio, un 14 febbraio, giusto a un anno della morte di Pantani. Dovevamo parlare del Pirata, quello straordinario corridore romagnolo che aveva entusiasmato tutto il mondo, morto, purtroppo, di droga e disperazione.

Con noi c’erano personaggi famosi del mondo del ciclismo: il medico della Nazionale del pedale, dr. Claudio Pecci, la sua manager Manuela Ronchi, il giornalista del Corriere della Sera G. Franco Josti, e numerosi giovanissimi ciclisti delle varie associazioni di Erba, Lurago, Costamasnaga e Albese: sentivamo forte il dovere di trattare con intensità e conoscenza un tema così difficile e controverso. Sugli schermi che avevano installato nella sala gremita, stavano mandando, a nostra insaputa, Pantani nelle sue famose salite al Giro e al Tour, e quando Lella attaccò “….dilegua o notte, tramontate stelle, all’alba vincerò! Vincerò! Vincerò!” come per magia, con l’acuto pieno e straordinario della nostra “The voice”, proprio intanto che il pirata staccava tutti sulla salita famosa del Colle Galibier nel Tour del 1988, tutti dimenticarono che a cantare era la voce di una donna. Mentre Pantani si strappava la famosa bandana gialla per salire come un angelo verso il più difficile traguardo del Giro francese, Lella aveva cantato il famoso gesto atletico come se un misterioso regista l’avesse organizzato nei minimi dettagli.

E, ricordando lo strazio della fine del Pirata, l’ultimo Vincerò si chiuse con un difficile “singhiozzo” che provocò il più lungo applauso che avessi mai sentito tributarle.

A proposito, vorrei ritornare alle prove: all’inizio eravamo tutti un po’ tesi, come era giusto per i testi nuovi, Vito e Roberto molto partecipi, Lella sempre un po’ dolente, io al computer. Poi, passate due, tre ore, quando mi alzavo per accompagnare i miei carissimi amici al cancelletto, mi rendevo conto che era accaduto qualcosa che, anche adesso, pare così difficile da credere: man mano che le letture e le musiche si erano dipanate, e via via aggiustate, lei, come sempre attentissima, aveva perso rughe, stanchezza, e il suo volto era divenuto liscio e sereno. E gli sguardi, di sguincio, che ci mandavamo con Vito e Roberto, erano di sollievo e d’intesa: adesso mi rendo conto di quanto i due uomini del gruppo fossero amorevoli, attenti e partecipi verso quell’amica straordinaria che stava percorrendo un pesante percorso.

Quando la prendevo a braccetto per i saluti con l’ultimo appuntamento da decidere, magari addirittura per la sera dopo, stringevo una persona felice, diritta come un fuso e dal volto sorridente, insomma, la musica era il suo viatico, la sua medicina, il suo rimedio universale e infallibile.

Ma come ha cominciato Lella a cantare? Noi pensiamo da sempre, dalla culla coi primi vagiti che, di certo, erano altissimi e intonati.

Quando ci raccontava la sua vita, si capiva che cantare era stata la sua condizione più quotidiana e inevitabile. Purtroppo la perdita della madre ad appena 10 anni, l’aveva segnata dolorosamente marchiandole tutta la vita. Il mio papà, che l’aveva conosciuta nella corale erbese, ne ricordava la bellissima voce.

Lellina aveva tre fratelli maschi ed era la più piccola, allora il padre l’aveva mandata dai parenti a Morbegno, che l’avevano relegata a scuola dalle Suore come orfana “non pagante”. La vita, in Valtellina, era stata durissima, tanto che per lungo tempo non aveva voluto nemmeno sentir pronunciare il paese di Morbegno tanto ne aveva ancora terrore: non avrebbe potuto di rivedere la piazza, la Chiesa, l’orfanatrofio, la casa dei parenti.

E a Morbegno, come nelle fiabe, c’era una zia, cattiva e che “non mi poteva sopportare”. Brutta, arcigna, con un nasone sempre rosso per un eterno raffreddore, che “ce la metteva tutta a sgridarmi se non stavo composta a tavola, parlavo a voce alta, o correvo invece di camminare…”

Anche le suore non erano state caritatevoli, e le avevan fatto pelare quintali di patate nel grande locale dove erano stipate le derrate, il pane, le verdure, i formaggi, e, soprattutto quelle mele che lei amava tantissimo, così le avevano ordinato di cantare perché non ne approfittasse…ma la fame era tanta, e lei se la ricordava perfino più forte della voglia di cantare, e quando era riuscita a nascondere una mela nel grembiule, la Suora con la voce “che grattava”, l’aveva beccata, e non solo l’aveva punita, ma per penitenza costretta a pregare coi fagioli sotto le ginocchia, altro che mele. C’è stato un episodio che la dice lunga sull’amore che Lella ha sempre avuto per Erba: un giorno era arrivata in allenamento a Morbegno la squadra di calcio dell’Erbese, e lei era scappata da scuola per andare a vedere suoi compaesani.

Non ce l’aveva fatta a resistere, si era messa piccina e magrissima schiacciata contro la recinzione quasi per scomparire. La partita era appena cominciata tra le solite urla dei tifosi, quando una mano ad artiglio l’aveva improvvisamente strappata dalla rete metallica dov’era incollata: la zia cattiva, avvisata dalle suore, era andata dritta dritta a scovarla, certa che l’avrebbe trovata lì, dove giocavano “quegli erbesi che non avevano niente di meglio da fare!”

Delle punizioni non le sarebbe importato niente, era stata troppo felice di vedere quei ragazzi e risentire la sua parlata, magari il dialetto, insomma voleva riconoscersi, dar sfogo alla nostalgia per la sua casa e la sua gente, ma la zia le fece fare a sberle e calci tutta la via principale di Morbegno, fino alla casa dove era “sopportata” ospite.

E Lella se ne vergognava ancora. “Ma è lei che doveva vergognarsi, brutta strega!” E noi avevamo protestato animatamente, ma non c’erano state parole sufficienti per colmare quella “figura” per lei ancora dolorosa.

Quella volta, dopo il racconto, Il Teatrino allora aveva cercato di rasserenarla facendola parlare della sua carriera, delle orchestre, i maestri, i suoi primi concerti, Albano, col quale aveva diviso i primi sforzi nella comune casa di produzione, o la Vanoni che, per la sua voce un po’ difficile, la facevano cantava prima, in modo che potesse impararne, con meno sforzo, la melodia. Adesso quello che scrivo non sembra vero…ma il risultato è che tutti avevano approfittato della generosità di Lella.

Poi aveva incontrato il grande Giovannino D’Anzi, quello delle canzoni milanesi più importanti e della famosa “Mia bela Madunina”. Infatti il maestro, che la chiamava Sciura Greco dandole costantemente del lei com’era in uso a quei tempi, diceva spesso “Sciura Greco, quand möri mi ghe lassi Nustalgia de Milan…e la mia Madunina.” Purtroppo D’Anzi morì improvvisamente, e Lella si ritrovò spiazzata senza più riferimento. Questo la dice lunga sul suo carattere che si affidava solo alla grandezza della sua voce, e, nonostante i grandi inizi con Pippo Baudo in Rai, o con i primi film di Macario dove era la voce ufficiale e cantava il leitmotiv della pellicola, tutto d’un tratto finì.

E quando vinse a Messina il concorso per “Voci nuove”, tra ben 3000 concorrenti, lo fece con “Mi sono innamorata di te”, che lei ha cantato sempre con grandissima interpretazione. Ebbene, il suo autore Luigi Tenco gliel’aveva offerta con un nuovo arrangiamento: “Vai Greco, con questa sbaragli tutti!”

Poi Lella si è innamorata, sposata, aveva avuto una figlia, e la carriera era terminata senza seguito. Io allora conoscevo poco Lella, l’avevo sentita cantare, sì, ma solo una volta sulla corriera di ritorno da una gita alla Salute: lei era in fondo, seduta sui sedili dove di solito stanno i cori: “Quel mazzolin dei fiori” e tutti: “che vien dalla montagna…” eppure, nonostante cantassero almeno in quaranta, la sua bellissima voce si alzava sopra tutte le altre.

Un giorno, anni dopo, dovendo leggere poesie di Alberto Ajroldi, per farlo con maggior intensità avevo chiesto a Roberto Motta di accompagnarmi con la sua famosa chitarra, e lui era venuto a casa mia accompagnato da una timida Lella. Quella sera stessa è nato il “Teatrino di noi”, parole create, come per tutti i nostri spettacoli, da Vito Trombetta, grande poeta e titolatore impareggiabile. Quando tutto questo? Sono passati, ahimè, mese più mese meno, più di 25 anni.

Qui devo aprire un piccolo capitolo personale: mio padre, grande voce da baritono, è stato il vero trait d’union tra me e la musica, e quando è mancato ho scritto in suo onore una Messa. In dialetto.

Ho cominciato con l’Angelo di Dio, non che facesse parte della Messa ufficiale, ma una poesiola in dialetto mi era stata chiesta dalla Superiora dell’Asilo di S. Pietro, vicino al piazzale di Radio Mater di quel tempo. “Me la scrive per Natale? Facile facile, per i bambini di 3, 4 e 5 anni? Magari a rime baciate?” Quella domenica, tornando dalla Mara, mi cominciarono a balenare, ritmicamente, le prime parole “Angiul del Signuur” continuando a passo cadenzato…. “guardian e prutetuur…”

Non avevo matite, non c’erano i cellulari, così continuai a ripetermi le rime fino fino a casa. Dal telefono, fisso, chiamai Lella dove sapevo avrei trovato Roberto, e gli dettai le parole. Un’ora dopo il miracolo, perché di piccolo miracolo si trattava: quell’Angiul del Signuur che chiude la rubrica “Verso” (titolo Trombettiano come sempre) che tutti gli ascoltatori di Radio Mater conoscono molto bene.

E il suo amore per la Madonna venne fuori in una serata importante nell’aula Consigliare del Comune di Erba: il noto vaticanista Giuseppe De Carli vi presentava il suo ultimo saggio mariano: Da Lourdes a Fatima con prefazione del futuro papa Benedetto XVI.

Quale migliore occasione per cantare le Avemarie più famose? In italiano, in napoletano, in francese, spagnolo, portoghese, ma la più emozionante fu quella in dialetto sardo: una interpretazione che ancora provoca brividi a noi del Teatrino, e a tutti coloro che vorranno ascoltarla perché Radio Mater l’aveva registrata in quella serata in cui avevamo ripetuto l’esperienza erbese.

Poi, la Messa in dialetto l’avevo scritta tutta, e Roberto Motta l’aveva musicata da quell’autore sensibile, estroverso, sorprendente e davvero magico che è da sempre.

Ed è di questa creazione quel Pater Noster che apre le trasmissioni del Teatrino ogni terzo venerdì del mese, e che Mons. Aristide Pirovano aveva ascoltato ad occhi chiusi per timore di qualche svarione teologico: alle ultime parole “…un tocch d’amuur, da Ciel, e così sia..” lui fece OK con la mano, e i suoi occhi ancora chiusi ci avevano regalato il sigillo del suo consenso insieme alla cocente passione per la nostra terra e la sua parlata.

Lella veniva a Radio Mater con grandissimo piacere, sempre preoccupata di far bene, e quando incontrava don Mario si emozionava perché lui l’ha sempre accolta con grande affetto. In una serata, una di quelle che il Teatrino voleva partecipare ai suoi “aficionados”, eravamo rimasti improvvisamente senza Vito e Roberto, ma Giovanna mi disse che non era possibile farci sostituire così, all’ultimo momento. Allora ho chiamato Lella, siamo corse ad Albavilla, e senza copione ma, soprattutto, senza chitarra, abbiamo imbastito uno dei più divertenti, improvvisati e scoppiettanti recital. Lella, che aveva il terrore di sbagliare, aveva cantato a cappella, e si era buttata a capofitto lanciandomi grandi occhiatacce ma con quel coraggio che, forse, non sapeva d’avere.

Come non parlare di Vito Trombetta? Il poeta, l’amico sincero, colto, sparring-partner straordinario per creare spettacoli, che per Lella aveva un amore particolare fatto di partecipazione e preoccupazione. E Roberto Motta? Di lui dovrei scrivere a lungo, ma dico solo che la sua dolcissima chitarra, che ha accompagnato Lella con devozione e ininterrotta continuità da quando era poco più che ventenne, è stato vitale, addirittura insostituibile, e chi l’ha sentito non potrà che confermarlo.

Adesso dovrei chiudere, ma mi sono accorta di aver tantissimo ancora da raccontare, ma voglio scrivere di sua figlia Barbara. Noi prendevamo in giro Lella per la passione e la cura che manifestava per sua figlia, tanto che, quando ne parlava, per sottolinearne il nome lo pronunciava con tante erre: Barrrbara!

Ebbene, Barbara non aveva mai seguito la madre nei nostri viaggi musical/poetici, aveva un fidanzato, una vita spensierata da ragazza giovane, forse sentiva gli U2, David Bowie, comunque quelle musiche che non ci appartenevano, eppure un giorno, un maledetto giorno, l’abbiamo incontrata accanto al suo letto. Sempre. E per tanti mesi, fino all’ultimo, l’ha accarezzata, massaggiata, le ha spalmato la crema sul volto, sulle mani, ne ha curato pettinatura, manicure, look con una dedicazione così amorosa e affettuosa che ha commosso tutti.

E adesso? Come terminare questo racconto? Sapeste quante cose non ho scritto, quanto avrei ancora da ricordare, e chiedo scusa a tutti per essermi lasciata andare un po’ alla rinfusa, dando retta soltanto al cuore, ma termino con le parole con le quali l’ho iniziato, sapendo che il “Teatrino di noi”, col poeta Vito Trombetta, e il chitarrista Roberto Motta, i miei compagni di teatro e di vita, saranno totalmente e sentimentalmente d’accordo:

Lella Greco THE VOICE!

Rosanna

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