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Intervista alla mamma di Carlo Acitis - Antonia Salzano

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  • 09/11/2020

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Intervista alla mamma di Carlo Acitis - Antonia Salzano

 

Lo scorso 10 ottobre nella Basilica Superiore di Assisi è stato beatificato Carlo Acutis, un ragazzo di 15 anni morto in 72 ore per leucemia all’Ospedale San Gerardo di Monza. Sulla santità di Carlo abbiamo intervistato Antonia Salzano, 53 anni, la mamma di Carlo, e di Michele e Francesca. Quando Carlo morì le disse: “Ti darò molti segni e sarai di nuovo mamma»

La mamma: “Carlo è stato una specie di centrale nucleare di irradiazione di Gesù”

“Il Rosario è la scala più corta per salire in Cielo”. “Criticare la Chiesa significa criticare noi stessi! La Chiesa è la dispensatrice dei tesori per la nostra salvezza”. “L’unica cosa che dobbiamo temere veramente è il peccato”. “Tutti nascono come originali, ma molti muoiono come fotocopie”. “Muoio sereno perché non ho sciupato neppure un minuto della mia vita in cose che non piacciono a Dio”.

Sono alcune frasi cardini della vita “straordinaria” di Carlo Acutis, un adolescente morto a 15 anni per un male incurabile. Fin da piccolo scopre Gesù e di Lui si innamora. In Lui trova l’amico, il maestro, il salvatore. Trova “la sua autostrada per il Cielo”. Trova tutto. Carlo: un ragazzo santo della porta accanto direbbe papa Francesco. Uno che ha vissuto la normalità in una maniera eccezionale. A confermarcelo è sua mamma, Antonia Salzano.

“Sì è vero. Ma chi nella vita ordinaria mette Gesù, la sua sarà sempre una vita eccezionale. Tutto ciò che Carlo faceva, lo faceva sempre per Gesù. Viveva con Gesù e per Gesù. E lo viveva, testimoniandolo. È questa la santità di Carlo, perché ripeteva spesso: “Non io ma Dio. Non l’amor proprio ma la Gloria di Dio. Quando trovo Dio, trovo il senso della vita”. E questa dovrebbe essere anche la vita di tutti i cristiani. Il cristiano autentico è quello che si riempie di Dio, che si mette da parte per fare posto a Dio. La principale battaglia è contro noi stessi. Dal nostro cuore esce tutto ciò che è male: l’odio, l’impudicizia, la mormorazione. Diceva Carlo: Che giova all’uomo vincere mille battaglie se poi non è capace di vincere sé stesso? Carlo ha lasciato spazio a Dio dentro di sé, per permettere a Dio di diventare noi le sue mani tese. La gente si sentiva attratta da Carlo già quando era piccolino. Carlo attraeva. Come se la gente in Carlo percepisse un qualcosa che andava oltre. Comunicava serenità e spiritualità”.

Signora Antonia, come Carlo scoprì la fede? Chi gli insegnò l’importanza della preghiera e dell’adorazione eucaristica?

Carlo è sempre stato attratto dal sacro. Passavamo davanti ad una chiesa ed entrava. Gli piaceva stare davanti al Crocefisso, mandare i bacetti a Gesù. In primavera raccoglieva i fiori e li portava alla Madonna e quando divenne più grandicello li comprava con i suoi soldi. Certamente la nostra famiglia non gli ha inculcato questo amore per Gesù. Io ero una pecora nera, cresciuta in una famiglia laica, in un ambiente lontano dalla chiesa. Mio padre, editore, era sempre circondato da artisti, attori, scrittori. Gente lontana dalla Chiesa. Sono andata in chiesa solo per ricevere i Sacramenti di iniziazione cristiana. Avevo una devozione limitata per la Madonna, e avevo rimosso l’aspetto di pratica devozionale. Da ragazza vedevo i cattolici come ipocriti, perché andavano a messa e poi si comportavano non coerentemente: facevano del male, non erano generosi con chi aveva necessità. Crescendo e grazie anche alle domande di Carlo, questo suo modo inquisitorio nel chiedermi tanti perché (fu sempre molto precoce: pensi che a 3 mesi ha detto la prima parola e a 5 mesi parlava), di fronte alle sue domande incalzanti, io che non conoscevo la differenza tra Vangelo e Bibbia - ero molto ignorante in materia religiosa - mi sono sentita spinta a studiare, approfondire il catechismo, la teologia, anche per dare risposte giuste a Carlo. Tramite una signora molto devota, andai a trovare a Bologna padre Ilio (p. Ilio Carrai, conosciuto come il “padre Pio” di Bologna – n.d.r.), un sacerdote ispirato, con capacità introspettive straordinarie. Mi ricordo quel periodo difficile per me: Carlo aveva 4 anni e io avevo perso mio papà, a cui ero molto affezionata: ero figlia unica. Quando questo sacerdote mi vide, mi disse che erano anni che mi stava aspettando e che io avevo una missione da compiere. Mi parlò di Carlo, che era stato scelto per un compito speciale e mi rivelò cose che poi si sono avverate. P. Ilio mi disse di studiare teologia che mi avrebbe aiutato ad approfondire la fede. Ho frequentato la Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale, ho fatto diversi esami ma non mi sono mai laureata. Quegli studi mi hanno aiutato a capire che i sacramenti sono segni efficaci attraverso i quali ci viene comunicata la grazia. Ma soprattutto ho finalmente compreso che durante la messa con la transustanziazione, sull’altare c’è veramente Gesù.

La prima persona che Carlo convertì è stato il vostro cameriere: un bramino della casta sacerdotale indù. Come avvenne questa sua conversione? Cosa gli raccontava Carlo?

Questo è vero. Ma i primi a cambiare vita e a convertirsi siamo stati noi, suoi famigliari, la mia mamma si è avvicinata alla chiesa, e anche la zia, i cugini… Carlo è stato una specie di centrale nucleare di irradiazione di Gesù. Io ho sempre avuto la percezione che lui fosse un bambino speciale: mi chiedeva il permesso per tutto, perfino per prendere un bicchiere d’acqua. Era obbediente in tutto. E pensare che oggi c’è una disobbedienza planetaria, sia nel mondo religioso che in quello laico. Lui invece obbediva sempre. L’obbedienza è un segno di santità enorme. Lo chiamavo il “piccolo Budda”, perché avendo studiato storia delle religioni e conosciuto le realtà delle religioni asiatiche, Carlo mi appariva un “illuminato”. Quando ci fu il suo battesimo, non so come e perché, facemmo una torta a forma di agnello e anche il primo pupazzetto che gli regalai è stato un agnellino. E questo fu un segno per me. Lui è stato come un agnellino immolato: anche durante la malattia offriva tutto per il Papa e la Chiesa e per andare in paradiso senza passare per il purgatorio. Viveva molto la spiritualità di Fatima: era stato colpito dalle frasi che la Madonna pronunciò il 19 agosto 1917 ai tre pastorelli: molti finiscono all’Inferno perché nessuno prega per loro. Carlo aveva sognato una notte i tre pastorelli di Fatima e Giacinta gli avrebbe detto che non ci sono parole sulla terra per descrivere quanto sia terribile l’Inferno.

Signora Antonia, ciò che sorprende di Carlo è come la sua santità si sia in pochi anni “globalizzata”: il miracolo che lo ha portato alla beatificazione è avvenuto in Brasile… Come ha potuto Carlo in pochi anni diventare l’amico di tanti adolescenti in tutto il mondo?

Perché percepivano la presenza di Gesù dentro di lui. Tutti cerchiamo Gesù, consapevolmente o no. E quando incontriamo una persona che ha Gesù nel cuore, subito avvertiamo la Sua presenza. L’interesse suo oltre che per le cose religiose era per tutto: a 9 anni leggeva testi di ingegneria informatica che andavamo a comprare al Politecnico di Milano. Aveva una predisposizione tutta speciale. E senza mai mettersi in mostra. A lui interessava solo agire per il Signore. Si domandava - e questo era il suo tormento - perché la gente non capisse l’importanza dell’Eucarestia. Pregava in continuazione. Andava a messa, faceva la comunione, recitava il Rosario. Leggeva S. Tommaso d’Aquino e sapeva rispondere a tutte le domande teologiche in modo puntuale. Captava se un sacerdote nel celebrare la messa era “freddo” e magari non credeva nelle parole che pronunciava. Ha preparato in internet una mostra sui Miracoli eucaristici, per dimostrare quanto è grande l’amore di Gesù per noi. Carlo ripeteva che tutti siamo chiamati per essere come Giovanni, cioè dei discepoli prediletti (ecco un’altra sua frase famosa: “tutti nascono originali, ma molti muoiono fotocopie”), e il gesto di Giovanni di chinarsi sul petto di Gesù ha un significato eucaristico, di intimità di Gesù con noi. La stessa intimità la possiamo trovare nell’Eucarestia, che è il cuore della Chiesa. Diceva Carlo: di fronte ad un cantante, ad un influencer di oggi si formano code di persone, di fronte a Gesù in chiesa ci sono pochissime persone, se non nessuna. E pensare che noi oggi siamo più fortunati di coloro che 2 mila anni fa, in Palestina, seguivano Gesù. Loro dovevano percorrere chilometri per incontrare Gesù. A noi basta scendere le scale di casa nostra ed entrare in chiesa e lì abbiamo Gerusalemme: il tabernacolo è come se fosse Gerusalemme, lì c’è tutta la storia di Gesù. In chiesa c’è un VIVO, una persona viva. Attraverso l’Eucarestia, farmaco di santità, ci immettiamo nella Santissima Trinità, viviamo qua in terra come se fossimo già in Paradiso. Gesù da noi vuole che spontaneamente accettiamo la Sua chiamata, non vuole dei robot.

l secondo binario della santità di Carlo si chiama Maria...

Aveva un amore molto grande per Maria. In internet c’è la sua seconda mostra, quella sulla Madonna. La prima è quella sull’Eucarestia. Recitava il Rosario tutti i giorni. Carlo ha voluto raccogliere gli appelli della Madonna alla conversione e per questo nella mostra le parole della Madonna sono scritte in oro.

Cosa avete provato, lei e suo marito, quando i medici vi hanno detto che non c’era più nulla da fare? L’unico figlio, che moriva a 15 anni...

Sinceramente il Signore mi aveva un po’ preparato. In quei giorni sentivo dentro di me le parole di Giobbe: Il Signore ha dato e il Signore ha tolto sia benedetto il nome del Signore. La malattia è stata brevissima: 72 ore. Ho scoperto in seguito che due mesi prima di morire, Carlo aveva preparato un video in cui rivelava che quando avrebbe raggiunto i 70 chili, sarebbe morto. E in ospedale al S. Gerardo di Monza, ripeteva: da qui non esco. La sua preoccupazione era di andare in Paradiso senza passare per il Purgatorio. Ha vissuto la morte come l’incontro con il suo Amato. Diceva in quei giorni: muoio sereno perché non ho sciupato neppure un minuto della mia vita in cose che non piacciono a Dio. Mamma stai tranquilla: ti manderò molti segni e sarai di nuovo mamma.

A 43 anni, lei Antonia diviene mamma di due gemelli, Michele e Francesco:

Sono una grazia di Carlo. Sono proprio bravi. Dicono tutti i giorni il Rosario da quando avevano 5 anni e tutti i giorni vanno a messa. Vedremo cosa vorrà da loro il Signore.

Enrico Viganò