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Papa Francesco: Il lavoro dono di Dio per tutti.

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  • 30/04/2019

Festa del lavoro: 1 maggio

Papa Francesco: Il lavoro dono di Dio per tutti.

'Il lavoro non è un dono gentilmente concesso a pochi raccomandati: è un diritto per tutti!'

«Il lavoro non è un dono gentilmente concesso a pochi raccomandati: è un diritto per tutti!». Lo ha detto il Papa nell’udienza al progetto «Policoro» della CEI lo scorso dicembre. Il lavoro, a differenza della pigrizia, dell’ozio e dell’attendere gli altri, è una VOCAZIONE grande e preziosa che Dio mette nella mani dell’uomo fin dalla sua origine. Il libro della Genesi presenta Jahvè come un Dio che lavora e si riposa: in sei giorni crea l’universo, il settimo giorno contempla la perfezione della propria opera. Per l’uomo il lavoro è connaturale: posto da Dio nel giardino, a lui è affidato il compito di custodirlo e coltivarlo. Il lavoro è, dunque, un'attività degna della persona alla quale è chiamata da Dio stesso.

La Chiesa, come madre e custode, ha il compito di incoraggiare, spronare e sostenere quanti, perdendo il lavoro, hanno perso anche la loro dignità. Tante volte il Santo Padre ha ricordato il drammatico dato della disoccupazione giovanile in Italia, dove i ragazzi sotto i 25 anni sono senza lavoro al 40%, e denunciando che in simili condizioni un giovane rischia di ammalarsi, cadere nelle dipendenze o suicidarsi. Il lavoro nelle Sacre Scritture viene presentato come una necessità per l’uomo e va interpretato alla luce di un corretto rapporto con Dio: non deve diventare un idolo, il solo scopo della vita, un valore assoluto, ma rimanere sempre legato alla preghiera e subordinato al giorno del riposo, giorno dedicato esclusivamente al culto di Dio.

Se ricordiamo il brano evangelico di Luca ( 10,38-42) di Marta e Maria o nel discorso della montagna di Matteo (6,25-34), Gesù antepone ad un attivismo esagerato l’ascolto della Parola di Dio e all’accumulo dei beni materiali il fiducioso abbandono alla Provvidenza divina. Anche la preghiera del “Padre nostro” riconosce la necessità di non assolutizzare il lavoro e di chiedere al Padre quanto è necessario per vivere. «Ogni lavoratore – ha detto Francesco – ha il diritto di vedere tutelata la formazione dei giovani, il lancio di cooperative, la creazione di figure di mediazione come gli “animatori di comunità” e una lunga serie di gesti concreti, segno visibile dell’impegno di questi venti anni di presenza attiva. In particolare i giovani devono poter coltivare la fiducia che i loro sforzi, il loro entusiasmo, l’investimento delle loro energie e delle loro risorse non saranno inutili.

Quanti giovani oggi sono vittime della disoccupazione! E quando non c’è lavoro, rischia la dignità, perché la mancanza di lavoro non solo non ti permette di portare il pane a casa, ma non ti fa sentire degno di guadagnarti la vita. Oggi sono vittime di questo. Quanti di loro hanno ormai smesso di cercare lavoro, rassegnati a continui rifiuti o all’indifferenza di una società che premia i soliti privilegiati, benché siano corrotti, e impedisce a chi merita di affermarsi. Il premio sembra andare a quelli che sono sicuri in sé stessi benché questa sicurezza sia stata sviluppata nella corruzione».

Il Santo Padre, proprio con la sua illuminazione che lo contraddistingue e lo guida, ha a cuore queste dure realtà italiane e non solo. Il lavoro manca, o in alcuni casi, c’è ma non si vuole più fare. Francesco afferma: “Soffro quando vedo tanta gioventù senza lavoro, disoccupata, pensate che qui in Italia da 25 anni in giù quasi il 40 per cento è senza lavoro, cosa fa un giovane senza lavoro? Si ammala, deve andare dallo psichiatra, cada nelle dipendenze, si suicida. Le statistiche dei suicidi giovanili non sono pubblicate! Ma pensate, questi giovani sono la nostra carne, sono la carne di Cristo, e per questo il nostro lavoro deve andare avanti per accompagnarli e soffrire in noi quella sofferenza nascosta, silenziosa che li angoscia tanto nel cuore”

I giovani sono il nostro futuro. Sui giovani si deve puntare e dare a loro tutte le possibilità per realizzarsi e crescere sia professionalmente che nella fede. All’epoca della Rerum Novarum, così come spesso accade oggi, il giusto salario era generalmente considerato quello determinato dalla legge della domanda e dell’offerta. La Rerum Novarum invece, afferma esplicitamente che si fa violenza al lavoratore se si approfitta della sua condizione di necessità e che la quantità del salario non dev’essere inferiore al sostentamento dell’operaio e della propria famiglia (RN 34-35), ricordando che già «le umane leggi non permettono di opprimere per utile proprio i bisognosi e gli infelici, e di trafficare sulla miseria del prossimo. Defraudare poi la dovuta mercede è colpa così enorme che grida vendetta al cospetto di Dio» (RN 17).

Ricordate il discorso a Genova di papa Francesco del 27 maggio 2017? Come il Santo Padre affrontò questo delicato tema ed il ruolo degli imprenditori, operai e fabbriche? La figura del datore di lavoro/imprenditore, è stata adeguatamente precisata nelle sue caratteristiche morali dalla Dottrina Sociale della Chiesa. A cominciare dai primi documenti dei Pontefici sono denunciate le criticità imprenditoriali che fanno capo ad una visione dell’economia incapace di mettere al suo centro la persona umana e la sua dignità. Il dipanarsi di questi insegnamenti, che spesso traggono spunto da quanto va accadendo in un determinato momento, ci offre un crescendo di annotazioni che trovano un vertice nella Caritas in Veritate di Benedetto XVI del 2009. Papa Benedetto in questa enciclica ci offre una visione dell’imprenditore, dell’economia, del mercato e della finanza nella loro autentica dimensione morale, alla quale, in perfetta continuità, si riferisce Papa Francesco con uno stile, questo sì, del tutto personale e capace di interloquire con tutti lavoratori, indipendentemente dalla loro fede, perché espressione della verità del Vangelo e dell’essere umano, di ogni luogo e di tutti i tempi.