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Il Papa: la Chiesa ferita dal peccato non sente le grida d’aiuto

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  • 31/01/2019

Il Papa: la Chiesa ferita dal peccato non sente le grida d’aiuto

Panamá, Messa del Papa nella cattedrale basilica di Santa Maria La Antigua

Il Papa avverte preti e religiosi: «Pare essersi installata una specie di stanchezza della speranza». La spiega: «Nasce dal constatare una Chiesa ferita dal suo peccato e che molte volte non ha saputo ascoltare» tante grida di aiuto. Lo dice nell'omelia della Messa nella cattedrale basilica di Santa Maria La Antigua a Panamá con sacerdoti, consacrati e movimenti laicali.

Prima di far ingresso nella Cattedrale Francesco saluta un gruppo di duecento giovani pellegrini francesi accompagnati dal Vicario dell’arcidiocesi di Parigi, monsignor Benoist de Sinety. E in mattinata, sempre prima della Messa, ha ricevuto nella Nunziatura apostolica una delegazione di 40 giovani polacchi del veliero «Dar Mlodziezy» («Regalo della Gioventù»), in crociera intorno al mondo in occasione della Giornata mondiale della Gioventù di Panama e per il centenario della riconquista della indipendenza della Polonia. Era presente anche il ministro polacco del Trasporto marittimo Marek Grobarczyk. Salutandoli il Pontefice li ha ringraziati per la bella iniziativa. La crociera, che ha preso il via lo scorso maggio, dalla Polonia, ha coinvolto centinaia di giovani. Il veliero è arrivato a Panama il 22 gennaio.

«Gesù dunque - esordisce nella predica il Pontefice - affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: “Dammi da bere”. Il vangelo che abbiamo ascoltato non esita a presentarci Gesù stanco di camminare. A mezzogiorno, quando il sole si fa sentire con tutta la sua forza e potenza, lo troviamo presso il pozzo». Cristo ha bisogno di «placare e saziare la sete, ristorare i suoi passi, recuperare le forze per continuare la missione».

I discepoli vivono «in prima persona quello che significava la dedizione e la disponibilità del Signore per portare la Buona Notizia ai poveri, fasciare i cuori feriti, proclamare la liberazione ai prigionieri e la libertà ai prigionieri, consolare chi si trovava nel dolore e proclamare un anno di grazia per tutti». Sono tutte situazioni «che ti prendono la vita e l’energia; e “non hanno risparmiato” nel regalarci tanti momenti importanti nella vita del Maestro, dove anche la nostra umanità possa incontrare una parola di Vita».

Osserva Bergoglio: «È relativamente facile per la nostra immaginazione, ossessionata dall’efficienza, contemplare ed entrare in comunione con l’attività del Signore, ma non sempre sappiamo o possiamo contemplare e accompagnare le “fatiche del Signore”, come se questa non fosse cosa di Dio». Il Signore «si è affaticato, e in questa fatica trovano posto tante stanchezze dei nostri popoli e della nostra gente, delle nostre comunità e di tutti quelli che sono affaticati e oppressi», afferma il Papa.

Le cause e i motivi che possono provocare la fatica «del cammino in noi sacerdoti, consacrati e consacrate, membri dei movimenti laicali, sono molteplici: dalle lunghe ore di lavoro che lasciano poco tempo per mangiare, riposare e stare in famiglia, fino a “tossiche” condizioni lavorative e affettive che portano allo sfinimento e logorano il cuore; dalla semplice e quotidiana dedizione fino al peso rutinario di chi non trova il gusto, il riconoscimento o il sostegno per far fronte alle necessità di ogni giorno»; e ancora: «dalle abituali e prevedibili situazioni complicate fino alle stressanti e angustianti ore di tensione. Tutta una gamma di pesi da sopportare».

Sarebbe impossibile cercare di «abbracciare tutte le situazioni che sgretolano la vita dei consacrati, ma in tutte sentiamo la necessità urgente di trovare un pozzo che possa placare e saziare la sete e la stanchezza del percorso. Tutte invocano, come un grido silenzioso, un pozzo da cui ripartire».

Ecco che papa Francesco avverte: «Da un po’ di tempo a questa parte non sono poche le volte in cui pare essersi installata nelle nostre comunità una sottile specie di stanchezza, che non ha niente a che vedere con quella del Signore». Si tratta di «una tentazione che potremmo chiamare la stanchezza della speranza. Quella stanchezza che nasce quando – come nel vangelo – i raggi del sole cadono a piombo e rendono le ore insopportabili, e lo fanno con un’intensità tale da non permettere di avanzare o di guardare avanti». Come se tutto «diventasse confuso».

Si riferisce a quella «stanchezza che nasce di fronte al futuro quando la realtà “prende a schiaffi” e mette in dubbio le forze, le risorse e la praticabilità della missione in questo mondo che tanto cambia e mette in discussione».

Per Francesco è una «stanchezza paralizzante. Nasce dal guardare avanti e non sapere come reagire di fronte all’intensità e all’incertezza dei cambiamenti che come società stiamo attraversando». Questi rivolgimenti sembrerebbero «non solo mettere in discussione le nostre modalità di espressione e di impegno, le nostre abitudini e i nostri atteggiamenti di fronte alla realtà, ma porre in dubbio, in molti casi, la praticabilità stessa della vita religiosa nel mondo di oggi». E anche la rapidità di questi «cambiamenti può portare a immobilizzare ogni scelta e opinione, e ciò che poteva essere significativo e importante in altri tempi, sembra non avere più spazio».

Poi sottolinea: «La stanchezza della speranza nasce dal constatare una Chiesa ferita dal suo peccato e che molte volte non ha saputo ascoltare tante grida nelle quali si celava il grido del Maestro: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”».

Così ci si può abituare a vivere «con una speranza stanca davanti al futuro incerto e sconosciuto - ammonisce - e questo fa sì che trovi posto un grigio pragmatismo nel cuore delle nostre comunità». In questo senso: «Tutto apparentemente sembra procedere normalmente, ma in realtà la fede si consuma e si rovina. Sfiduciati verso una realtà che non comprendiamo o in cui crediamo non ci sia più spazio per la nostra proposta, possiamo dare “cittadinanza” a una delle peggiori eresie possibili nella nostra epoca: pensare che il Signore e le nostre comunità non hanno nulla da dire né da dare in questo nuovo mondo in gestazione».

Arriva il momento in cui le fatiche «del viaggio arrivano e si fanno sentire. Che piaccia o no ci sono, ed è bene avere lo stesso ardire che ebbe il Maestro per dire: “Dammi da bere”».

E nel «dirlo, apriamo la porta della nostra stanca speranza per tornare senza paura al pozzo fondante del primo amore, quando Gesù è passato per la nostra strada, ci ha guardato con misericordia, ci ha chiesto di seguirlo; nel dirlo, recuperiamo la memoria di quel momento in cui i suoi occhi hanno incrociato i nostri, il momento in cui ci ha fatto sentire che ci amava, e non solo in modo personale ma anche come comunità».

Vuole dire ritornare sui «nostri passi e, nella fedeltà creativa, ascoltare come lo Spirito non ha creato un’opera particolare, un piano pastorale o una struttura da organizzare ma che, per mezzo di tanti “santi della porta accanto” – tra i quali troviamo padri e madri fondatori dei vostri istituti, vescovi e parroci che hanno saputo dare basi solide alle loro comunità –, ha dato vita e ossigeno a un determinato contesto storico che sembrava soffocare e schiacciare ogni speranza e dignità».

Aggiunge il Papa: «“Dammi da bere” significa avere il coraggio di lasciarsi purificare e di recuperare la parte più autentica dei nostri carismi originari – che non si limitano solo alla vita religiosa, ma a tutta la Chiesa – e vedere in quali modalità si possano esprimere oggi».

Così «eviteremo la stancante autocommiserazione per incontrare gli occhi con cui Cristo oggi continua a cercarci, a chiamarci e a invitarci alla missione».

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