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I sacerdoti tra gli ammalati con la Parola di Dio e l’Eucaristia

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  • 12/03/2020

Nella messa a Santa Marta il Pontefice prega per coloro che soffrono per il coronavirus e per gli operatori sanitari

 

I sacerdoti tra gli ammalati con la Parola di Dio e l’Eucaristia

 

«Continuiamo a pregare insieme per gli ammalati, gli operatori sanitari, tanta gente che soffre questa epidemia. Preghiamo il Signore anche per i nostri sacerdoti, perché abbiano il coraggio di uscire e andare dagli ammalati, portando la forza della Parola di Dio e l’Eucaristia, e accompagnare gli operatori sanitari, i volontari, in questo lavoro che stanno facendo». Ci sono lo stile e la testimonianza del cristiano “al tempo del coronavirus” nelle parole con cui Papa Francesco, martedì mattina 10 marzo, ha iniziato la messa nella cappella di Casa Santa Marta.

La celebrazione è stata trasmessa in diretta, come già accaduto la mattina precedente, per consentire al popolo di Dio una particolare unità con il vescovo di Roma in questo tempo di prova.

Per la sua meditazione il Pontefice ha preso le mosse dal passo del libro del profeta Daniele (9, 4-10) proposto lunedì dalla liturgia. In questo modo, ha fatto notare «la Parola di Dio ci insegnava a riconoscere i nostri peccati e a confessarli, ma non solo con la mente, anche con il cuore, con uno spirito di vergogna». La vergogna, dunque, vista «come un atteggiamento più nobile davanti a Dio per i nostri peccati».

In questa prospettiva, ha affermato il Papa, «oggi il Signore chiama tutti noi peccatori a dialogare con Lui, perché il peccato ci rinchiude in noi stessi, ci fa nascondere o nascondere la verità nostra, dentro». È proprio «quello che è successo ad Adamo, a Eva: dopo il peccato si sono nascosti, perché avevano vergogna, erano nudi». Del resto, ha spiegato Francesco, «il peccatore, quando sente la vergogna, poi ha la tentazione di nascondersi».

Riferendosi al brano tratto dal libro del profeta Isaia (1. 10.16-20), il Papa ha rilanciato il fatto che «il Signore chiama: “Su, venite, discutiamo” — dice il Signore». Egli chiama e dice: «parliamo del tuo peccato, parliamo della tua situazione: non abbiate paura, no...». Continua, infatti, il testo del profeta Isaia: «Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana». In sostanza, «il Signore ci dice: venite, perché io sono capace di cambiare tutto, non abbiate paura di venire a parlare, siate coraggiosi anche con le vostre miserie».

«Mi viene in mente — ha confidato Francesco ricordando la testimonianza di san Girolamo — quel santo che era così penitente, pregava tanto. E cercava sempre di dare al Signore tutto quello che il Signore gli chiedeva. Ma il Signore non era contento. E un giorno lui un po’ si era come arrabbiato con il Signore, perché aveva un caratteraccio quel santo. E dice al Signore: “Ma, Signore, io non ti capisco. Io ti do tutto, tutto e tu sempre sei come insoddisfatto, come se mancasse qualcosa. Cosa manca?”». Ed ecco la risposta del Signore: «Dammi i tuoi peccati: è questo che manca».

«Avere il coraggio di andare con le nostre miserie a parlare con il Signore»: ecco il suggerimento del Papa. Nella certezza che Egli ci dice: «Su, venite! Discutiamo! Non abbiate paura», perché «anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana».

«Questo è l’invito del Signore» ha insistito il Pontefice. Mettendo però in guardia i cristiani, perché «sempre c’è un inganno: invece di andare a parlare con il Signore, fare finta di non essere peccatori». Ed è esattamente «quello che il Signore rimprovera ai dottori della legge» nel passo del Vangelo di Matteo (23, 1-12) proposto dalla liturgia. Ci sono persone che «fanno le opere “per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati ‘rabbì’ dalla gente”».

È «l’apparenza, la vanità»: è «coprire la verità del nostro cuore con la vanità» ha fatto presente Francesco. Ma «la vanità non guarisce mai!». Anzi, di più: la vanità «è anche velenosa, va avanti portandoti la malattia al cuore, portandoti quella durezza di cuore che ti dice: “No, non andare dal Signore, non andare. Rimani tu”».

La vanità è proprio «il posto», l’atteggiamento «per chiudersi alla chiamata del Signore», ha spiegato il Papa. «Invece — ha sottolineato — l’invito del Signore è quello di un padre, di un fratello: “Venite! Parliamo, parliamo. Alla fine, io sono capace di cambiare la tua vita dal rosso al bianco”».

«Che questa Parola del Signore ci incoraggi, che la nostra preghiera sia una preghiera reale», ha auspicato il Pontefice. Invitando, in conclusione, a «parlare con il Signore della nostra realtà, dei nostri peccati, delle nostre miserie: Lui sa, Lui sa cosa siamo noi. Noi lo sappiamo, ma la vanità ci invita sempre a coprire».

Dall’Osservatore Romano del 10 marzo 2020