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Coronavirus. Mons. Delpini: la fatica delle comunità senza la Messa, pena e speranza

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  • 03/03/2020

Coronavirus. Mons. Delpini: la fatica delle comunità senza la Messa, pena e speranza

 

L’arcivescovo di Milano esprime vicinanza alle vittime e a chi è in isolamento. «Abbiamo seguito le indicazioni». «L’idea di una punizione divina non fa parte della visione cristiana»

 

«Per noi è una pena celebrare le Messe senza fedeli. Lo abbiamo fatto col desiderio di non contribuire alla diffusione del coronavirus. Ma che sia una scelta risolutiva... Noi non l’abbiamo voluta: abbiamo solo ascoltato le preoccupazioni delle autorità civili ed eseguito le indicazioni della Regione Lombardia. E sappiamo anche che la comunione dei santi è più reale della compresenza in un luogo fisico». L’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, è toccato come tutti dal clima che si vive da giorni ormai in città e in buona parte del Nord d’Italia. Ascolta e dialoga con preti e fedeli.

Lo fa anche con Avvenire. E guarda avanti, e in alto. Anche se gli fa male – e non lo nasconde – che pure le Messe di oggi, prima domenica di Quaresima, in tutta la Lombardia sono a porte chiuse sebbene in diretta radio, tivù o streaming. Con i suoi confratelli vescovi ha già chiesto che si possa tornare a celebrare «con il popolo» almeno nei giorni feriali (richiesta al vaglio in queste ore delle autorità locali e nazionali). E intanto «con il popolo», le Chiese di Lombardia, lo sono ogni giorno. Nella prossimità con i poveri, i malati, gli anziani. Anche al tempo dell’emergenza coronavirus, soprattutto in questo tempo.

Ed è rivolto alle vittime, ai loro familiari, alle comunità più provate, il primo pensiero del presidente dei vescovi lombardi. «Il Signore è là dove c’è un figlio che soffre, una famiglia nella trepidazione, un uomo che muore. Ed è là come Salvatore. La Chiesa esprime questa vicinanza con la sollecitudine per i malati, nel servizio dei preti e dei ministri straordinari della Comunione. Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito. E la sua vicinanza è sempre conforto».

L’emergenza coronavirus come mette in gioco le comunità cristiane e il loro cammino di Quaresima?

È una situazione non desiderata né desiderabile, che intralcia molte iniziative. Ma può essere occasione che aiuta a far crescere il desiderio di essere Chiesa. Il rammarico di non poter partecipare alla Messa, se diventa risentimento, non produce niente. Accade il contrario se, invece, aiuta a crescere nel desiderio di vivere la vita della comunità in tutte le sue espressioni: andare in chiesa, a Messa, condividere i gesti della carità cristiana, ascoltare insieme la Parola del Signore.

Da una settimana, dunque, sono sospese le Messe aperte a tutti. Anche così le Chiese lombarde hanno espresso la loro sollecitudine per la tutela della salute pubblica. Nelle stesse ore i supermarket, rimasti ovviamente aperti, venivano presi d’assalto...

Questa contraddizione tra luoghi dov’è lecito radunarsi e altri in cui è sconsigliato, non mi pare abbia un gran senso. Per noi è una pena celebrare senza fedeli. Lo abbiamo fatto col desiderio di non contribuire alla diffusione del virus. Che sia una scelta risolutiva... Noi non l’abbiamo voluta: abbiamo solo accolto l’appello della Regione ed eseguito le indicazioni.

Questo temporaneo «digiuno eucaristico» può, almeno, aiutarci a uscire dalla routine?

Sì, forse può rafforzare la nostra "fame" di partecipazione eucaristica. E, intanto, può farci sperimentare le fatiche di quelle comunità dove si celebra la Messa una volta al mese o meno, perché mancano i preti, o dov’è pericoloso radunarsi perché mettono le bombe nelle chiese. Forse in tanti torneremo ad apprezzare quello che per noi è normale: andare a Messa senza disagio.

Questa emergenza è stata un banco di prova anche per l’azione di carità?

Vedere preti e laici interrogarsi e provare nuove forme di vicinanza, ha offerto una testimonianza di carità davvero edificante. Penso a come continuiamo a entrate nelle case di chi è solo, malato, anziano, sia con i ministri straordinari dell’Eucaristia, sia attivando strumenti come la radio parrocchiale o WhatsApp...

Oltre al temuto impatto economico, si rischia anche un grave impatto sociale, su quello che lei ama chiamare il «buon vicinato»?

Ora capiamo che il «buon vicinato» – che sembra una cosa ovvia, mentre ora è sconsigliato il semplice ritrovarsi – è frutto di una intraprendenza. E che la carità cristiana non è mai un’inerzia ed è sempre una scelta.

Fra Messe in diretta tivù, radio o streaming, e uso dei social, la Chiesa riscopre com’è possibile usare bene e a fin di bene i mezzi di comunicazione...

Per noi è una sfida grande, che cerchiamo di affrontare. Lo fa Avvenire, proponendo anche in questi giorni un’informazione diversa per tono e contenuto. Per quello che io ho capito dei media attuali, è che sono più abili a diffondere l’allarme che la buona notizia, a scoraggiare che a incoraggiare. L’allarme si scatena in fretta, quando la notizia insinua l’idea di una pandemia inarrestabile. Abbiamo bisogno di contrastare questa tendenza a incidere più sull’emotività che sulla riflessione, dando spazio al ragionamento, alla competenza, alla giusta proporzione delle cose.

Nel «Pensiero di benedizione» diffuso domenica scorsa, lei ha scritto che Dio è alleato del bene, di chi fa il bene, di chi desidera il bene. Mentre non manca, anche sui social, chi presenta il virus come castigo divino...

Noi crediamo nel Dio che ci ha rivelato Gesù. E non in un Dio vago, minaccioso, vendicativo, enigmatico... Chi ha peccato? Lui o i suoi genitori? Ecco, del cieco nato, cosa chiedono i discepoli a Gesù. E Gesù contesta la loro domanda e questa visione del rapporto con Dio. Noi crediamo che Dio è alleato del bene. E che si fa carico del male, e non lo usa come strumento per vendicarsi, o minacciare, o convincere a cambiar vita. L’idea di punizione divina non fa parte della visione cristiana.

Sempre nel «Pensiero di benedizione», ha auspicato che l’emergenza possa orientare la ricerca scientifica a occuparsi anche dei poveri e delle loro malattie...

È una questione di ricerca, ma anche di condizioni di vita e di accesso alle cure. Fa specie che vi siano malattie guaribili che continuano a flagellare i popoli poveri. Il sistema mondiale forse ritiene che non meritino di essere curati per il semplice fatto che non possono pagare: è grave e sconcertante.

Di fronte a rischi, reali o percepiti, siamo pronti a vedere nell’altro una minaccia da cui difendersi. Stavolta a essere percepiti come minaccia siamo noi – gli italiani del Nord in particolare: questa esperienza ci aiuterà a vincere la sindrome della paura?

Le cose che hanno a che vedere con l’emotività spesso passano, quando passa lo stimolo dell’emotività. E su tutto questo c’è un’enfasi sproporzionata. Quante sono le persone ridotte alla fame, quante le vite spezzate, nell’Africa devastata dalle locuste? Molte più dei milanesi contagiati dal coronavirus. Ma è ai "nostri" numeri che si dà risonanza. Alimentando reazioni emotive che portano la gente a precipitarsi nei supermercati come fossimo in stato d’assedio.

Ritiene che le autorità pubbliche stiano facendo le cose giuste per governare l’emergenza? E che i politici si stiano comportando con responsabilità?

Io credo di dovere stima ai politici e agli amministratori, e credo che abbiano cercato di prendere le decisioni secondo i dati di cui disponevano. Non mi permetto di giudicare i provvedimenti, ma dico che, in base ai dati disponibili, sono legittime anche valutazioni diverse. Il fatto che alcuni politici critichino gli altri, fa parte della democrazia. Poi, a chi tocca decidere, tocca decidere. E ognuno cerca di farlo in base ai dati che ha, e alla sua coscienza. Ripeto che non voglio giudicare, ma vedo che non sono mancate contraddizioni. Mi colpisce che mentre sono dissuasi alcuni assembramenti, non sono dissuasi altri... Non dico che sia sbagliato, ma per me è l’aspetto meno comprensibile.

Quale insegnamento spirituale possiamo trarre da questa emergenza?

Secondo me dall’emergenza non si trae alcun vantaggio spirituale. L’unico vantaggio spirituale lo si ricava dall’annuncio del Vangelo che questa emergenza può rendere più attento, umile, disponibile. L’emergenza in sé non insegna niente se non la cautela, il sospetto, il provare a mettersi al sicuro, persino l’augurarsi che si ammalino gli altri. Il Vangelo invece dice che – anche nell’emergenza – continua a essere valido, vero, salvifico l’unico comandamento che è di amare gli altri come se stessi e di sperare nella misericordia di Dio come percorso fiducioso che permette di attraversare la storia: si tratti – com’era al tempo di san Carlo – della peste che fa strage a Milano; si tratti, com’è oggi, di un virus che impone misure straordinarie di prevenzione e contenimento. La lezione spirituale si riceve solo quando si ascolta la Parola di Dio e si cerca di viverla nella situazione.

Non resta che sintonizzarsi sulle dirette delle Messe della prima domenica di Quaresima celebrate dai vescovi lombardi...

Sì, è un modo con cui vorremmo raggiungere il più possibile la gente per dare l’idea che partecipiamo a un gesto condiviso, anche se non siamo lì, in cattedrale o in parrocchia... L’idea che la comunione dei santi è più reale della compresenza in un posto, è un aspetto della nostra fede. Noi vivremo la celebrazione eucaristica, come sempre, nella comunione dei santi. Spiace di non avere persone con cui stringersi la mano e augurarsi buona domenica e imporre le ceneri per l’inizio della Quaresima... Ma lo faremo più avanti, a Dio piacendo.

Marco Tarquinio e Lorenzo Rosoli
Avvenire del 1 marzo 2020