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“Immorali l’uso e il possesso delle armi nucleari"

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  • 26/11/2019

Papa Francesco in Giappone: a Nagasaki e a Hiroshima

 

“Immorali l’uso e il possesso delle armi nucleari"

 

Nagasaki -Papa a Nagasaki al memoriale della Pace, Francesco è accolto dal governatore e dal sindaco della città. Due sopravvissuti alla bomba gli offrono una corona di fiori bianchi e il Papa la depone ai piedi del monumento dedicato alle vittime di quella tragedia nucleare rimanendo per un lungo momento in preghiera. Sotto la pioggia le persone l'hanno atteso riparate da impermeabili bianchi o gialli e poi salutato con compostezza. Papa Francesco accende una candela attingendo ad un lumino. Il clima è di commozione profonda. Il Papa comincia poi a parlare andando subito al cuore della questione sicurezza e afferma: La pace e la stabilità internazionale sono incompatibili con qualsiasi tentativo di costruire sulla paura della reciproca distruzione o su una minaccia di annientamento totale. Lo sono piuttosto “a partire da un’etica globale di solidarietà e cooperazione”.

Non sarà, dunque, mai abbastanza, prosegue, l’alzare la voce “contro la corsa agli armamenti”, che utilizza risorse togliendole allo sviluppo dei popoli e per la difesa dell’ambiente. Nel mondo di oggi, dove milioni di bambini e famiglie vivono in condizioni disumane, i soldi spesi e le fortune guadagnate per fabbricare, ammodernare, mantenere e vendere le armi, sempre più distruttive, sono un attentato continuo che grida al cielo.

Occorre una decisione collettiva e concertata.

E se milioni di uomini aspirano ad un mondo senza armi nucleari, far diventare questo una realtà richiede “la partecipazione di tutti”: sono chiamati in causa singoli e comunità religiose e civili, "gli Stati che possiedono armi nucleari e quelli che non le possiedono, i settori militari e privati e le organizzazioni internazionali”. Già nel 1963, ricorda Francesco, la Pacem in terris di Papa Giovanni XXIII chiedeva la proibizione delle armi atomiche e affermava “che una vera e duratura pace internazionale non può poggiare sull’equilibrio delle forze militari, ma solo sulla fiducia reciproca”.

È necessario rompere la dinamica della diffidenza che attualmente prevale e che fa correre il rischio di arrivare allo smantellamento dell’architettura internazionale di controllo degli armamenti. Stiamo assistendo a un’erosione del multilateralismo, ancora più grave di fronte allo sviluppo delle nuove tecnologie delle armi.

La Chiesa Cattolica, da parte sua, "è irrevocabilmente impegnata nella decisione di promuovere la pace tra i popoli e le nazioni: è un dovere per il quale si sente obbligata davanti a Dio e davanti a tutti gli uomini e le donne di questa terra". Da qui, dice il Papa, il suo sostegno agli strumenti giuridici e ai trattati sul disarmo e sulla non proliferazione nucleare. E lancia un appello:

Nella convinzione che un mondo senza armi nucleari è possibile e necessario, chiedo ai leader politici di non dimenticare che queste non ci difendono dalle minacce alla sicurezza nazionale e internazionale del nostro tempo. Occorre considerare l’impatto catastrofico del loro uso dal punto di vista umanitario e ambientale, rinunciando a rafforzare un clima di paura, diffidenza e ostilità, fomentato dalle dottrine nucleari.

Il Papa torna a suggerire “una seria riflessione” su come le risorse utilizzate per le armi potrebbero servire per raggiungere l’obiettivo dello sviluppo umano integrale. Il Papa San Paolo VI nel 1964 aveva proposto di aiutare i più poveri attraverso un Fondo Mondiale alimentato proprio “con una parte delle spese militari”. Tutti sono coinvolti, insiste Francesco, nel compito di “creare strumenti che garantiscano la fiducia e lo sviluppo reciproco” ed è necessario “contare su leader che siano all’altezza delle circostanze”.

Nessuno può essere indifferente davanti al dolore di milioni di uomini e donne che ancor oggi continua a colpire le nostre coscienze; nessuno può essere sordo al grido del fratello che chiama dalla sua ferita; nessuno può essere cieco davanti alle rovine di una cultura incapace di dialogare.

E recita la preghiera per la pace attribuita a San Francesco d’Assisi:

Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace: dov’è odio, ch’io porti l’amore; dov’è offesa, ch’io porti il perdono; dov’è dubbio, ch’io porti la fede; dov’è disperazione, ch’io porti la speranza; dove sono le tenebre, ch’io porti la luce; dov’è tristezza, ch’io porti la gioia.

HIROSHIMA

Dal Memoriale della Pace di Hiroshima, costruito lì dove 74 anni fa esplose la bomba atomica provocando all’istante 80 mila morti, poi dolorosamente aumentati negli anni, il tributo di Papa Francesco alle vittime di quel 6 agosto 1945 si fa tutt’uno con la testimonianza di chi, sopravvissuto all’immane tragedia, ha sopportato con “forza” e “dignità”, sottolinea il Pontefice, “le sofferenze più acute” nel corpo e “i germi della morte” nell’anima.

Qui, di tanti uomini e donne, dei loro sogni e speranze, in mezzo a un bagliore di folgore e fuoco, non è rimasto altro che ombra e silenzio. Appena un istante, tutto venne divorato da un buco nero di distruzione e morte.

Le testimonianze

Nel corso dell’Incontro per la pace, quando è già buio, a prendere la parola poco prima di fronte al Papa e a 1.300 persone, tra fedeli, leader religiosi e altri sopravvissuti visibilmente toccati dall’abbraccio di Francesco, è stata Yoshiko Kajimoto, 88 anni, mentre Kojí Hosokawa, 91, ha inviato un messaggio letto alla cerimonia. L’una ha proiettato nei cuori e nelle menti dei presenti la “scena infernale” di “persone che camminavano fianco a fianco come fantasmi”, il cui corpo - testimonia - “era così bruciato” da non poter distinguere se fossero uomini o donne. L’altro ha spiegato come le bombe atomiche siano state sganciate “non su Hiroshima e Nagasaki, ma su tutta l’umanità”. Entrambi provati dalle malattie, derivate da quanto accaduto, e dall’età, entrambi chiari nel dire esattamente a quanta distanza si trovassero dal luogo in cui cadde l’ordigno - 2,3 km e 1,3 km - ed entrambi sicuri che l’impegno di trasmettere l’esperienza di Hiroshima ai giovani sia “l’ultima missione” affidata loro.

Nel suo discorso il papa ha detto:

Con convinzione desidero ribadire che l’uso dell’energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine, non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune. L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche, come ho già detto due anni fa. Saremo giudicati per questo.

Il riferimento del Papa è all’udienza del 2017 ai partecipanti al convegno “Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale”, in cui disse come sia da “condannare con fermezza” l’uso degli ordigni nucleari così come il “loro stesso possesso”, concetti ribaditi pure quello stesso anno nella conferenza stampa sul volo di ritorno dal Bangladesh. Il Pontefice si domanda quindi come si possa parlare di pace mentre si costruiscono “nuove e formidabili armi di guerra” e si giustificano “determinate azioni illegittime con discorsi di discriminazione e di odio”. Francesco cita la Pacem in terris di Giovanni XXIII, il magistero di San Paolo VI e anche il Concilio Vaticano II per ricordare che la pace “si costruisce secondo la giustizia”, è “vivificata e completata dalla carità” e si realizza “nella libertà”, senza “imporre agli altri i propri interessi particolari” e lasciando “che le armi cadano dalle nostre mani”.

Come possiamo proporre la pace se usiamo continuamente l’intimidazione bellica nucleare come ricorso legittimo per la risoluzione dei conflitti? Che questo abisso di dolore richiami i limiti che non si dovrebbero mai oltrepassare. La vera pace può essere solo una pace disarmata.

Apriamoci alla speranza, diventando strumenti di riconciliazione e di pace. Questo sarà sempre possibile se saremo capaci di proteggerci e riconoscerci come fratelli in un destino comune. Il nostro mondo, interconnesso non solo a causa della globalizzazione ma, da sempre, a motivo della terra comune, reclama più che in altre epoche che siano posposti gli interessi esclusivi di determinati gruppi o settori, per raggiungere la grandezza di coloro che lottano corresponsabilmente per garantire un futuro comune.

Quindi a “nome di tutte le vittime dei bombardamenti, degli esperimenti atomici e di tutti i conflitti”, il Papa esorta i presenti ad elevare insieme un grido.

Mai più la guerra, ma più il boato delle armi, mai più tanta sofferenza! Venga la pace nei nostri giorni, in questo nostro mondo. O Dio, tu ce l’hai promesso: “Amore e verità s’incontreranno. Giustizia e pace si baceranno. Verità germoglierà dalla terra e giustizia si affaccerà dal cielo”.

Un’ora tremenda che segnò l’umanità

Confida di aver sentito il “dovere” di visitare il Memoriale, “crocevia di morte e di vita, di sconfitta e di rinascita, di sofferenza e di pietà”.

Da quell’abisso di silenzio, ancora oggi si continua ad ascoltare il forte grido di coloro che non sono più. Provenivano da luoghi diversi, avevano nomi diversi, alcuni di loro parlavano diverse lingue. Sono rimasti tutti uniti da uno stesso destino, in un’ora tremenda che segnò per sempre non solo la storia di questo Paese, ma il volto dell’umanità.

I poveri, vittime indifese

Ecco perché ad Hiroshima Francesco porta “anche le suppliche e le aspirazioni degli uomini e delle donne del nostro tempo, specialmente dei giovani”, che desiderano, lavorano e si sacrificano per la pace. Sono venuto in questo luogo pieno di memoria e di futuro portando con me il grido dei poveri, che sono sempre le vittime più indifese dell’odio e dei conflitti.

Sul libro d’onore il Papa, ricordando le sofferenze di quel “terribile giorno” della storia della terra giapponese, scrive un’invocazione al “Dio della vita” affinché converta i cuori “alla pace, alla riconciliazione e all’amore fraterno”. La preghiera finale - prima del rientro a Tokyo - è perché, dove “abbondò” la distruzione, possa oggi “sovrabbondare la speranza che è possibile scrivere e realizzare una storia diversa”.